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Dopo innumerevoli giorni di brain-storming su foglietti di carta, visioni di film a tema, e ricerche che partivano dai concetti di avatar, realtà virtuale o duplice identità, siamo riusciti ad identificare due personaggi principali ed un contesto narrativo nel quale inserirli per sviluppare una racconto dall’intreccio non troppo complesso e dalla durata sostenibile a livello di produzione che si sarebbe risolta in un cortometraggio di quindici minuti circa.

I problemi principali nei quali ci imbattemmo più spesso, consistevano nella mancanza di fonti o spunti dai quali partire; ogni cosa sembrava essere banale o inversamente troppo complessa ed ermetica per poter essere compresa da un ipotetico spettatore.

Il nostro obiettivo era produrre un audiovisivo non troppo vincolato ad un genere cinematografico ben preciso (per quanto, inevitabilmente, agivamo in un campo molto vicino alle tematiche cyberpunk) ma, piuttosto, sviluppare un’opera singolare che facesse della poetica e dell’atmosfera la sua forza autoriale.

Vi sono due modi per tradurre audiovisivamente il concetto di virtuale inteso come realtà parallela. Il primo è quello che resta nell’ambito dell’informale, attraverso ambientazioni costituite da immagini sintetiche e sconnesse dalla nostra realtà di umani. Il secondo invece è quello di immaginare il non-reale come ambiente molto simile a quello vero: una realtà rivisitata in chiave surreale dove le cose che accadono e i personaggi che ci vivono dentro seguono dei loro percorsi e hanno i loro obiettivi del tutto innaturali; tutto ciò gli permette di restare legati all’ambiente e alla loro natura di non-umani.

Allo stesso modo per il concetto di avatar, ciò che intendevamo (sia per questione di mezzi ma soprattutto per scelta poetica) era seguire la linea della rappresentazione di figura umana come realistica, figurativa e non lontana da quella del mondo naturale. Insomma la realtà virtuale sarebbe dovuta essere una realtà specchio, un luogo in cui le metà virtuali, connesse attraverso particolari tecnologie con gli “utenti” umani, avrebbero potuto vivere in uno stato di simbiosi integrata e integrale. Su questa base abbiamo sviluppato un primo filo narrativo.

I problemi sorti alla fine di questa prima scrittura, composta di dodici scene, erano piuttosto numerosi. Ci siamo subito accorti dopo qualche feedback esterno che la nostra storia risultava inevitabilmente troppo visiva e molto sconnessa, troppe soluzioni visuali legate repentinamente l’una all’altra.

Abbiamo capito subito che era necessario eliminare alcune scene inutili e soprattutto rendere maggiormente comprensibile il tutto, magari riportandolo ad una dimensione più reale.

La seconda stesura del trattamento prevedeva meno scene. Questo ha comportato una scrematura delle scelte narrative.

Abbiamo completato una prima versione della sceneggiatura.

Nello stesso periodo, nonostante la storia ancora indefinita, abbiamo cercato di portare avanti un generico piano di produzione, iniziando la ricerca delle location principali, degli attori necessari e una scelta sulle attrezzature da noleggiare.

Eravamo entusiasti della scena 1, concepita nella prima versione del trattamento. Nonostante i tempi ristretti, cercavamo di portare avanti contemporaneamente con la storia la pianificazione di quella scena per studiarne la fattibilità. Abbiamo quindi programmato un sopralluogo alla piana di Castelluccio di Norcia in Umbria, ovvero la location di quella prima scena ancora incognita.