You are currently browsing the monthly archive for febbraio 2009.

Altra figura fondamentale del nostro percorso è Mike Bacchin, un concept artist con il quale avremmo potuto impostare un animatic delle tre scene successive: disegnare gli storyboard di tutte le inquadrature, doppiare le voci dei personaggi, sonorizzare gli ambienti e montare le inquadrature secondo i tempi reali del film in modo da creare un’introduzione più completa alla storia.

Prima di procedere con gli storyboard abbiamo affidato a Mike anche il compito di realizzare alcune tavole con i concept dei principali ambienti: il laboratorio della protagonista, un abbozzo di tuta per i personaggi umani, il concept del vocalizzatore (lo strumento che gli umani utilizzano per comunicare) ed un progetto della “sedia” di Chandra, lo strumento che permette di prelevare la voce agli avatar per poi trasferirla agli umani.

Adesso bisognava pianificare la produzione della scena di Castelluccio.

Ciò che fondamentalmente mancava alla nostra storia, era la presenza di un background forte che reggesse le nostre scelte, le realtà riportate, i personaggi ed il mondo che li circonda. Era quindi necessario costruire una back-story per ogni personaggio.

Essendo un corto di fantascienza, il contesto descritto non fa parte di un immaginario collettivo e per questo andava introdotto e motivato cinematograficamente. Facendo in questo modo e quindi dando delle spiegazioni a noi stessi di quello che inserivamo, avremmo potuto costruire una solida base sulla quale tirare un filo narrativo anche semplice ma con un buon conflitto e soprattutto composto secondo i principi sequenziali della narrazione: “equilibrio, squilibrio ed equilibrio”.
Ci siamo preparati a rimettere tutto in discussione. Infatti, seguendo la strada della costruzione di uno “sfondo-guida”, molte delle scelte fatte precedentemente non erano più giustificabili: andavano ripensate intere sequenze, ma anche i personaggi. La situazione si stava complicando e dalla sceneggiatura di un cortometraggio siamo inevitabilmente finiti nel comporre una storia ben più lunga, un mediometraggio di circa trenta scene. Tuttavia adesso la sceneggiatura riscuoteva molto più successo.

Inizialmente abbiamo individuato i punti utili per ricostruire “un mondo fabula”, questi riassumevano e andavano a formare una nuova storia.

Cercavamo comunque di mantenere i personaggi individuati dalle prime versioni e conservare anche le loro caratteristiche principali all’interno della vicenda. Inevitabilmente era necessario inserirne di nuovi e dare loro una nuova interazione con gli altri già presenti.

Dopo questo processo strutturale abbiamo iniziato a mettere le mani su un nuovo intreccio narrativo, sempre restando fedeli alle idee di base ma pensando a nuovi sviluppi e nuove vicende.

Era fin troppo chiaro che se prima era complesso, ma ancora possibile, realizzare l’intero corto formato da poco più di dieci scene, ora sarebbe diventato impossibile, sia per motivi di tempo ma soprattutto per mancanza di fondi necessari, .

A questo punto, la soluzione migliore in vista di un progetto di tesi e con l’ipotesi di un probabile utilizzo futuro, era quella di procedere con la realizzazione della prima scena, come premiere autoprodotta che potesse fare da introduzione al racconto.

Ovviamente, in questo modo, non c’èra la possibilità di presentare tutti i vari aspetti della storia o tantomeno toccare alcune tematiche fondamentali, ma l’obbiettivo era quello di introdurre lo stile registico ed incuriosire il futuro lettore dell’intera sceneggiatura.

Dopo innumerevoli giorni di brain-storming su foglietti di carta, visioni di film a tema, e ricerche che partivano dai concetti di avatar, realtà virtuale o duplice identità, siamo riusciti ad identificare due personaggi principali ed un contesto narrativo nel quale inserirli per sviluppare una racconto dall’intreccio non troppo complesso e dalla durata sostenibile a livello di produzione che si sarebbe risolta in un cortometraggio di quindici minuti circa.

I problemi principali nei quali ci imbattemmo più spesso, consistevano nella mancanza di fonti o spunti dai quali partire; ogni cosa sembrava essere banale o inversamente troppo complessa ed ermetica per poter essere compresa da un ipotetico spettatore.

Il nostro obiettivo era produrre un audiovisivo non troppo vincolato ad un genere cinematografico ben preciso (per quanto, inevitabilmente, agivamo in un campo molto vicino alle tematiche cyberpunk) ma, piuttosto, sviluppare un’opera singolare che facesse della poetica e dell’atmosfera la sua forza autoriale.

Vi sono due modi per tradurre audiovisivamente il concetto di virtuale inteso come realtà parallela. Il primo è quello che resta nell’ambito dell’informale, attraverso ambientazioni costituite da immagini sintetiche e sconnesse dalla nostra realtà di umani. Il secondo invece è quello di immaginare il non-reale come ambiente molto simile a quello vero: una realtà rivisitata in chiave surreale dove le cose che accadono e i personaggi che ci vivono dentro seguono dei loro percorsi e hanno i loro obiettivi del tutto innaturali; tutto ciò gli permette di restare legati all’ambiente e alla loro natura di non-umani.

Allo stesso modo per il concetto di avatar, ciò che intendevamo (sia per questione di mezzi ma soprattutto per scelta poetica) era seguire la linea della rappresentazione di figura umana come realistica, figurativa e non lontana da quella del mondo naturale. Insomma la realtà virtuale sarebbe dovuta essere una realtà specchio, un luogo in cui le metà virtuali, connesse attraverso particolari tecnologie con gli “utenti” umani, avrebbero potuto vivere in uno stato di simbiosi integrata e integrale. Su questa base abbiamo sviluppato un primo filo narrativo.

I problemi sorti alla fine di questa prima scrittura, composta di dodici scene, erano piuttosto numerosi. Ci siamo subito accorti dopo qualche feedback esterno che la nostra storia risultava inevitabilmente troppo visiva e molto sconnessa, troppe soluzioni visuali legate repentinamente l’una all’altra.

Abbiamo capito subito che era necessario eliminare alcune scene inutili e soprattutto rendere maggiormente comprensibile il tutto, magari riportandolo ad una dimensione più reale.

La seconda stesura del trattamento prevedeva meno scene. Questo ha comportato una scrematura delle scelte narrative.

Abbiamo completato una prima versione della sceneggiatura.

Nello stesso periodo, nonostante la storia ancora indefinita, abbiamo cercato di portare avanti un generico piano di produzione, iniziando la ricerca delle location principali, degli attori necessari e una scelta sulle attrezzature da noleggiare.

Eravamo entusiasti della scena 1, concepita nella prima versione del trattamento. Nonostante i tempi ristretti, cercavamo di portare avanti contemporaneamente con la storia la pianificazione di quella scena per studiarne la fattibilità. Abbiamo quindi programmato un sopralluogo alla piana di Castelluccio di Norcia in Umbria, ovvero la location di quella prima scena ancora incognita.